A corredo dell’articolo sui disturbi del comportamento alimentare , e con il consenso della paziente stessa, riporto un sunto del lavoro con Anna proprio su una tematica alimentare.
I nomi e le situazioni sono stati modificati nel rispetto della privacy .
La paziente in esame e io stessa, ci auguriamo che tale lettura possa fungere da spunto di riflessione e aiuto a chi si è trovato o si trova ad affrontare un problema tanto complesso .
LA SUA STORIA
Quando A. compie un anno la madre viene colpita da una malattia degenerativa ossea che la porta a frequenti ricoveri fino alla sedia a rotelle e infine, quando A. ha otto anni, la madre muore e lei resta sola con il padre che mai si risposerà. “La mamma era ridotta a pelle ed ossa e poi si è spenta come un lumicino”, racconta A. senza apparenti emozioni. Da otto a dodici anni dice di aver vissuto un’infanzia felice, “sempre a pranzo fuori, ogni domenica con papà, poi al cinema in inverno e al mare in estate.” Della mamma non si parlava mai perché “papà diventava triste e sospirava”. A 15 anni, dopo il menarca, inizia a dimagrire e a rifiutare il cibo, fino ad arrivare all’età di 18 anni con un BMI di 15,5. Viene ricoverata in una clinica del nord Italia lper DCA . Torna a casa dopo tre mesi con BMI 19,5 e una alimentazione regolare. A 20 anni ha il primo rapporto sessuale con conseguenti sensi di colpa: “perché papà restava solo quando uscivo con Francesco, lui diceva di essere contento ma io lo vedevo triste e lo sentivo sospirare”.
Da allora A. inizia a prendere e lasciare i ragazzi, fino a frequentare solo uomini sposati con cui ha rapporti sessuali eccessivi. Con loro si ubriaca, si picchia o meglio li picchia: “li volevo solo per me, ma quando erano lì li volevo distruggere”. Dopo questo lungo periodo di sesso “incontrollato” che dura per ben 8 anni, inizia a sentirsi sporca, a vedersi grassa con la pancia gonfia”. Non vuole restringere l’alimentazione: “non volevo ridurmi pelle e ossa e allora ho scoperto che potevo mangiare e poi vomitare”. L’escalation è immediata, da una volta alla settimana a due fino ad abbuffarsi e vomitare quasi tutti i giorni.
INIZIO DELLA PSICOTERAPIA
Quando si presenta in terapia sta frequentando un ragazzo non sposato con cui vorrebbe stabilire una relazione duratura: “non voglio perderlo, non voglio picchiarlo, questa volta vorrei permettergli di amarmi”. Con lei è evidente sin da subito l’inutilità di fornirgli informazioni alimentari. E’ informatissima su calorie, anoressia, bulimia, conosce i rischi fisici a cui sta andando incontro, ( conosce e non vuole più fare il diario alimentare e l’analisi dei pensieri disfunzionali) : “so cosa dovrei fare per smettere di vomitare ma non voglio o non posso altrimenti non sarei qui”.
IL LAVORO CON ANNA
Si inizia a ripercorrere o meglio a vivere e riscrivere la sua storia da cui, a poco a poco, tra lacrime, comportamenti provocatori ma anche tanta fiducia reciproca, si arriva a lavorare non tanto sul dolore del lutto per la perdita della madre quanto sull’ ORRORE di A. nell’aver visto e nel ricordare (solo ora in seduta) il consumarsi della madre, la sua difficoltà a tenerla in braccio, a giocare con lei. Anna si rende conto di come abbia preso il posto della madre per non far “sospirare” il padre; quel padre che, per evitare a sé stesso e a lei, il dolore e la perdita, non parlava mai della mamma.
E’ con la terapeuta che, dolorosamente e faticosamente, realizza di essere orfana e inizia a poco a poco a metabolizzare e a contenere quelle emozioni che fino ad allora venivano (e in parte vengono ancora) espulse con un vomito incontrollato. Si lavora anche sul senso di colpa per la bellezza e la salute del suo corpo che gli uomini vogliono ma solo per poche ore e lei pensa di non poterseli permettere per non dispiacere al padre e per non essere più bella della madre. Ancora, si parla della sua solitudine e del conflitto tra l’innamorarsi e lasciare il padre o restare bambina e riempire la vita del papà solo e triste.
ABBUFFATE E VOMITO
Quando A. si descrive durante le abbuffate lo fa parlando molto velocemente, sembra ingurgitare l’aria assieme alle parole che dice : “mi sveglio improvvisamente, è buio, non vedo nulla, mi alzo di colpo, non ho pensieri nella mia testa, corro ad aprire il frigorifero, la sua luce mi accende e lì non posso più nulla”. A. si abbuffa solo di notte e sempre dopo un risveglio improvviso. Spesso in seguito ad incubi o, come li chiama lei, “mostri con catene che si lamentano e mi svegliano”. A. continua la descrizione delle sue abbuffate in una sorta di trance “le mie mani aprono scatolette, strappano la carta del prosciutto, la plastica del formaggio e tutto mi entra dentro, non sento sapori, non sento nulla, ma non posso smettere. Tutto deve restare dentro di me fino a tapparmi la bocca; ma non riesco a tenere tutto dentro, ho paura di scoppiare e allora corro in bagno e vomito”.
Ormai non ha più nemmeno bisogno di indursi il vomito meccanicamente, basta andare in bagno, sedersi sul bidet e il cibo esce fino a lasciarla senza forze, come lei dice “di me resta solo un lumicino e la luce del frigo vuoto con la porta aperta …”.
CONSIDERAZIONI
Più che un vomito di cibo qui viene da pensare a “emozioni che spaventano ” che devono essere sollecitate e poi evacuate perché nessuno ha insegnato ad A. ad “alfabetizzarle”.
Il lavoro terapeutico con lei continua perché la sua storia ha ancora bisogno di essere rinarrata, rielaborata e arricchita, per dar parola a quei mostri con le catene, per liberarli dall’impotenza e giungere così ad una riparazione interna senza ricorrere alla dissociazione.
Molte isole del mondo interno di A. galleggiano ancora in solitaria. Molti ponti sono ancora da costruire per cercare di ridare unità a quel Sé dolorante che una morte così orrifica ha frantumato quando ancora non era ancora riuscito a formarsi completamente.
Anna e la terapeuta, “nella stanza d’analisi”, continuano a lavorare con l’obbiettivo di evitare soluzioni disumane (vomito, abbuffata) per riempire il vuoto lasciato da una perdita impensabile.
Ad oggi, siamo consapevoli del lavoro che ancora ci aspetta, ma ora tutto è più lieve e, a tratti, anche divertente. La nostra relazione è solida, remiamo in due e ognuna di noi fa la sua parte per arrivare in quel porto sicuro da cui, troppo presto, Anna ha dovuto uscire per ritrovarsi , sola, in mare aperto.







